Breve reportage di una vicenda che offende passato e memoria, in un Paese dove il corso della Storia non ha insegnato nulla.

Premessa. Il 9 ottobre 1963, alle ore 22.39, una frana di 270 milioni di metri cubi di terra cade nel bacino idroelettrico della diga del Vajont, provocandone la fuoriuscita dell’acqua lungo le sponde del lago e nella vallata sottostante. L’intero paese di Longarone (BL) e le sue frazioni vengono rase al suolo dalla furia delle acque. La vita di duemila persone viene annientata in pochi minuti. Si tratta del più grande disastro ambientale mai provocato dall’uomo. Dopo Caporetto, il Vajont è la più grande tragedia italiana del dopoguerra. E tutto era ampiamente previsto diversi anni prima. “Tutti sapevano, nessuno si mosse”.

A quarantotto anni di distanza i comuni di Longarone, Castellavazzo e Erto-Casso (le comunità disastrate) firmano un accordo con il privato (la En&En spa) per costruire una centralina idroelettrica sul torrente della tragedia e ricavarne energia. Al privato spetterà il 40% degli introiti, mentre il restante 60% verrà suddiviso nei tre comuni partecipi. Un introito annuale di circa 300mila euro per ogni cassa comunale. Continua >