Breve reportage di una vicenda che offende passato e memoria, in un Paese dove il corso della Storia non ha insegnato nulla.

Premessa. Il 9 ottobre 1963, alle ore 22.39, una frana di 270 milioni di metri cubi di terra cade nel bacino idroelettrico della diga del Vajont, provocandone la fuoriuscita dell’acqua lungo le sponde del lago e nella vallata sottostante. L’intero paese di Longarone (BL) e le sue frazioni vengono rase al suolo dalla furia delle acque. La vita di duemila persone viene annientata in pochi minuti. Si tratta del più grande disastro ambientale mai provocato dall’uomo. Dopo Caporetto, il Vajont è la più grande tragedia italiana del dopoguerra. E tutto era ampiamente previsto diversi anni prima. “Tutti sapevano, nessuno si mosse”.

A quarantotto anni di distanza i comuni di Longarone, Castellavazzo e Erto-Casso (le comunità disastrate) firmano un accordo con il privato (la En&En spa) per costruire una centralina idroelettrica sul torrente della tragedia e ricavarne energia. Al privato spetterà il 40% degli introiti, mentre il restante 60% verrà suddiviso nei tre comuni partecipi. Un introito annuale di circa 300mila euro per ogni cassa comunale.

Mi interessa. Da anni seguo le vicende del Vajont, dal giorno in cui – tredicenne – i miei mi portarono a vedere la diga. Da allora la mia “passione” per il Vajont è cresciuta su libri e saggi, nei documentari, col monologo di Paolini e il film di Martinelli, fra articoli di stampa locale e informazioni reperite su internet. Una costante “auto-informazione” (sui banchi di scuola, purtroppo, del Vajont non si parla, nemmeno qui nel bellunese), i primi contatti con quel di Longarone e qualche lettera alla stampa. L’ultima di queste proprio sulla nuova centralina. Una questione che “puzza”… e non poco. Non resta dunque che informarmi, approfondire la vicenda e il contesto in cui viene maturando. L’idea è quella di un piccolo “reportage”, per capire, far capire, ma – anche solo – informare, far conoscere, perché è giusto che se ne parli.

Questa mia “avventura” ha inizio venerdì 25 febbraio 2011. Mattinata serena, cielo terso e aria fresca. Convoglio diretto verso nord: questa mattina si sale. Un caffè a Ponte nelle Alpi, in attesa del cambio. Si riparte. Alla curva di Faè il treno rallenta. Si erge Longarone sullo sfondo. Strana sensazione. La stessa che mi assale ogni volta che torno quassù.

L’arrivo in stazione è lento, silenzioso, quasi il treno avanzasse piano piano in segno di rispetto. Ferma proprio lì, davanti alla valle della sciagura. Scendo e alzo gli occhi. La diga maledetta è lassù. Muro di cemento grigio. Ancora oggi incute paura vederla là. Incastonata fra le due montagne, si erge imponente e beffarda. Lei ha resistito, chi c’era sotto no.

Abbasso lo sguardo. Sotto la diga, proprio lì, vicino al ponte, dove una volta c’era la piccola borgata di Vajont, sorgerà la futura centralina idroelettrica. Ribrezzo. Disgusto.

Salgo verso il Municipio, uno dei pochi edifici scampati al disastro. Incontro il sindaco, Roberto Padrin. Oggi sono qui per questo. “Buongiorno, è lei il colpevole?”. Mi accoglie così il primo cittadino. Giovane, classe 1970, cortese, apparentemente un tipo in gamba. È il secondo sindaco di Longarone nato dopo il Vajont, e rappresenta la contiguità politica dei due precedenti mandati De Cesero. Ha letto le mie lettere alla stampa: sa bene come la penso sulla centralina. Padrin non vuole però essere ripreso: “niente telecamera”. Il nostro si trasforma in un semplice colloquio informale. Al centro dell’attenzione, ovviamente, la nuova centralina.

Partiamo da un dato di fatto. Nel 1989 la regione Friuli Venezia Giulia ha deliberato la concessione per lo sfruttamento delle acque del torrente Vajont. E dal 2002 titolari di questa concessione sono En&En (una spa in capo agli industriali della provincia di Belluno) e Martini e Franchi (ditta zoldano-friulana. Che potrebbero decidere, in ogni momento, di far valere il proprio diritto e sfruttare quella risorsa senza coinvolgere il pubblico. Per i tre Comune è l’occasione per ottenere qualcosa.

A quella centralina il primo cittadino di Longarone ha detto sì. Dice di averlo fatto con rammarico. “Quando sei qui non è facile fare delle scelte”. Mi confida che il Vajont “è il più grosso ostacolo nell’amministrare una cittadina come Longarone”. Inevitabile visto quanto accaduto prima, durante e dopo quella tragica notte del 9 ottobre 1963. Il peso di quella tragedia è grande, troppo grande perché non possa essere considerato importante e fondamentale per questa comunità. Una comunità nuova, radicalmente diversa, fatta di gente trapiantata a Longarone e cresciuta nel dopo Vajont; la vecchia comunità longaronese è stata infatti annientata quella sera del ’63, quando cinque interi paesi vennero cancellati dalla faccia della terra e duemila persone persero la vita. A preziosa testimonianza del “prima”, la catastrofe ci ha lasciato solo un ristretto gruppo di persone, coloro che miracolosamente sono sopravvissuti a quella notte di morte e distruzione.

Sono anche costoro, secondo il sindaco, a rendere più difficile la vita amministrativa di questo Comune, specialmente in relazione a scelte che riguardano proprio il Vajont. ”C’è il Comitato Sopravvissuti, l’Associazione Superstiti e il gruppo che fa capo alla Vastano” mi dice. Insomma, da come ne parla, sembra che i sopravvissuti diano del filo da torcere: chi più perché dal Vajont ha perso tutto e continua ad essere umiliato, chi meno perché conduce battaglie che spesso rimangono nell’indifferenza… e chi, perché legato in qualche maniera alla vita amministrativa longaronese, niente.


Il sindaco mi parla di Gino e Micaela (del Comitato Sopravvissuti) definendoli “instabili dal punto di vista mentale” e presi da “manie di protagonismo”. Poi si fa più serio. E si lascia sfuggire un’intenzione alquanto sospetta. Cito testualmente: “Adesso il mio obbiettivo è quello di fare un documento sul Vajont, e lo farò, che metta dei paletti molto chiari su quella che è la diffusione del messaggio Vajont, visto l’avvicinarsi del 50° anniversario, soprattutto a chi all’esterno trasmette il Vajont”.

“Perché” mi dice “il Vajont oggi è trasmesso in maniera distorta”. “C’è chi si scaglia maggiormente contro l’Enel, chi più contro lo Stato”. E poi l’affondo contro, ancora, il Comitato Sopravvissuti: “portare in giro le immagini di come sono morte le nostre vittime è macabro. Quando hai detto duemila morti hai già reso l’idea della tragedia”. Poi continua. “Qui sono tutti contro di loro. Io sono l’unico che li difende. Ma non posso difenderli fino alla morte”.

Falso. Lo dimostra il fatto che durante l’incontro sulla nuova centralina Padrin non abbia speso una parola per difendere i Sopravvissuti dalle offese di qualche cittadino presente in sala.

“Il Vajont divide ancora, e non unisce”. Mi rispondo: forse perché, nonostante tutto, per ora non può unire.

Poi ritorniamo al discorso della centralina. “Sarebbe stato molto più semplice aver detto no” mi confessa. Dice addirittura di pensarla al mio stesso modo (?!). Ma anche qui i fatti dimostrano il contrario, visto che ha scelto esattamente l’opposto.

Mi riassume le sue tre motivazioni che lo hanno spinto a dire “sì”.

Uno. Mi dice che la popolazione si è espressa favorevolmente. Chiedo lumi. Mi dice di aver fatto due assemblee, una con superstiti e sopravvissuti (la “vecchia Longarone”), e una con la popolazione (la “nuova Longarone”). “A quest’ultima” mi dice “hanno partecipato le stesse persone, contrarie, che c’erano anche nella prima assemblea”. Conclusione del sindaco: “significa che chi è rimasto a casa è d’accordo, cioè la stragrande maggioranza”. Mi invita anche a sondare personalmente la cittadinanza per chiedere cosa ne pensa la gente. Ipotizzo: o la gente è indifferente (come accade in gran parte del nostro paese) o preferisce starsene zitta per evitare di infastidire i “poteri forti”, o è veramente favorevole. Ma a quest’ultima ipotesi non riesco e non voglio crederci. Era stato anche chiesto un referendum fra la popolazione, ma è stato negato e liquidato come “una perdita di tempo e risorse”.

Due. “L’impianto non causerà nessun impatto ambientale”. Può darsi anche che sia vero, ma per esserne certi bisognerebbe vedere le carte, che ancora non ci sono. Tutto quello che fin’ora si conosce è rappresentato da tre semplicissime slide. Di certo si sà solo che verrà costruita una centralina a valle della diga e che l’acqua, in un modo o nell’altro, sarà imbrigliata in condutture interne alla montagna. Nulla di più. Sulla base di queste semplici ipotesi preliminari e con l’acquolina in bocca per un possibile introito di circa 300mila euro l’anno, i tre comuni hanno già dato via all’accordo col privato.

Tre. Mi ripete che Longarone ha bisogno di soldi per far fronte ai numerosi servizi per la comunità. Chiedo: e quei 77 miliardi di lire ricevuti come risarcimento nel 1999 dalla Montedison? In dieci anni sono stati spesi quasi tutti. Opinabile il modo con cui sono stati corrisposti. Ma Padrin taglia corto, non ci sta a polemizzare sulla gestione di quei fondi. “Inutile” d’altronde ricordare come il suo predecessore De Cesero sia riuscito a spenderli tutti in soli due mandati amministrativi. Meglio concentrarsi sul presente e non recriminare il passato.

Quindi iniziano le mie domande.

Ma ce n’è veramente bisogno di questi 300mila euro?”. Mi risponde: “C’è tutta una serie di servizi che sono fondamentali, dalla casa di riposo all’asilo nido. E poi tutta una serie di iniziative che in altri paesi se le sognano: le borse di studio, i premi per i neonati, i contributi per rimanere qui a vivere…”. Mi confessa: “Non è che il Comune sia in difficoltà, ma serve per mantenere lo standard raggiunto. Servono risorse straordinarie per far vivere meglio il paese”.

Sintetico, chiaro, deciso. Non vede altri modi per introitare diversamente questi 300mila euro l’anno. Ritiene che l’unica possibilità sia quella di tornare a ricavare energia proprio da quel torrente che 48 anni fa, sempre per energia, provocò la catastrofe.

Perché invece non proporre una moratoria per dire no alle idee di sfruttamento di quell’acqua?”. Lapidario. “Perché si doveva farlo prima”.

Quando è prevista l’entrata in funzione della centralina?” “Nel 2013. Ma la data potrà essere posticipata di qualche mese, viste le celebrazioni per il 50° Anniversario del disastro. Non so se è opportuno, vedremo”. Furbizia, astuzia.

Pronto a cambiare decisione nel caso in cui il progetto si dimostri meno opportuno di quanto previsto, ci congediamo dopo una mezz’ora di colloquio, con l’omaggio di un libro sul Vajont (medesimo gesto compiuto dal suo predecessore in un incontro col sottoscritto qualche anno prima).

Sabato 6 agosto 2011. Passano quasi sei mesi. In un accaldato tardo sabato pomeriggio di agosto, torno a Longarone. Alle 19.21 mi attende l’ultimo treno che scende verso Feltre. Poco il tempo a mia disposizione. Tre quarti d’ora. Troppo brevi per avere la possibilità di esaurire l’argomento.

Ad attendermi stavolta ci sono Gino e Micaela, quei sopravvissuti che il sindaco ha definito “mentalmente instabili”. Gentilissimi, disponibilissimi. Mi accolgono volentieri nella piccola sede del loro comitato (un buco di tre metri per tre, di proprietà comunale, dal quale la precedente amministrazione voleva sfrattare il Comitato).

Il nostro incontro ha inizio. Micaela inizia a raccontare. Non basterebbe un libro per riportare tutto ciò di cui brevemente mi narra. Mi parla dell’ignobile trattamento riservato ai sopravvissuti in tutti questi anni, dell’impossibilità di dialogare ed interagire con l’amministrazione, della distruzione del Cimitero delle Vittime (trasformandolo in un “falso storico”), della mancanza di considerazione e rispetto nei confronti di chi “prima” c’era, di chi vive in un paese che non è il suo, di chi ogni giorno si deve raffrontare con la realtà di aver perso la propria famiglia, i propri amici e i propri compaesani.  “Ai progetti che presentiamo non viene data risposta. In quarantotto anni le uniche scuole a non averci chiamato a parlare del Vajont sono stranamente quelle di Longarone”.

Altro che malata di mente… Micaela è un fiume di parole. Racconta quello che nessuno (o forse solo qualche, raro, giornalista) si è mai preoccupato di far conoscere. Gli occhi lucidi. Tanta l’espressività che accompagna le sue parole. Tanta anche l’amarezza per non essere riuscita in questi anni a far valere la voce di quei pochi sopravvissuti rimasti a lottare contro l’oblio della memoria. Quella notte lei c’era. Lei sa cos’è il Vajont, perché l’ha vissuto sulla sua pelle, sotto il fango della sua città che già non esisteva più, e con la perdita dei suoi genitori, dei due fratelli, della sorella e della nonna.

Gino invece è di poche parole. Ma i suoi occhi valgono più di mille vocaboli. Nel suo sguardo percepisci la rabbia, il dolore e lo sdegno di chi è “colpevole di essere sopravvissuto”. E quelle poche frasi che esprime sono forti, pesanti, convinte. Sicure anche quando sostiene con ferrea certezza che “a Longarone c’è la mafia”. La mafia in giacca e cravatta, l’organizzazione di potere, la prepotenza dei forti (tanti) contro i deboli (pochi e destinati a scomparire). La stessa mafia che quasi cinquant’anni fa gli uccise i genitori, il fratello di tre anni e uno zio.

Di mafia parlava anche Giampaolo Pansa, che fra le righe di un pezzo pubblicato sul Corriere della Sera nel 1973, scrisse: «E’ quasi come in Sicilia, mi creda; a Longarone si configurano gli elementi tipici della mafia. Non è questione di partito A o B; c’è un determinato giro fatto di poche persone all’interno del quale non entra nessuno. Il potere è in mano a costoro, cinque o sei persone a Longarone, e poi qualche diramazione fuori, cioè altre persone nei posti giusti, perché un sistema del genere non può sopravvivere se non c’è corruzione». Parole pesantissime che, probabilmente, troverebbero riscontro anche ai giorni nostri.

Ma l’argomento caldo è ovviamente quello della centralina. “Il sindaco ce l’ha fatto sapere a novembre. Eravamo presenti io, Gino e il presidente dell’Associazione Superstiti, Renato Migotti. E tutti, in quell’occasione, avevamo detto no” mi racconta Michela.

Poi mi parla dei due incontri promossi dall’amministrazione per parlare del progetto: il primo venerdì 19 novembre (nel quale “Migotti aveva già cambiato idea”), il secondo l’11 dicembre. “In quell’incontro ci siamo sentiti umiliati” confessano Micaela e Gino. “Siamo stati attaccati in maniera feroce, ci è stato detto di tutto. Ci hanno detto che noi andiamo in giro per il mondo a pubblicizzare i nostri morti, che non dovremo far vedere come sono morte le vittime”. Ma di fronte a tali critiche “il sindaco non ha detto una parola. Avrebbe dovuto perlomeno dire che quella non era la sede adatta per parlarne”. Comprensibile il fatto che il Comitato, da quel momento, abbia chiuso i rapporti con l’amministrazione comunale.

Gino mi ricorda come non ci siano carte che illustrino chiaramente il progetto. Micaela si dimostra particolarmente scettica di fronte all’intervento del privato (“Io ci vedo tanto marcio attorno”) e ipotizza anche un coinvolgimento dell’Enel. Scontato, quest’ultimo, dal momento che tutte le strutture della diga ed i terreni adiacenti sono di sua proprietà. Più sospettoso, invece, visto il recente accordo (luglio 2011) fra Enel e En&En per sviluppare nuovi progetti idroelettrici nella provincia di Belluno.(“L’accordo prevede la costituzione di una New-Co detenuta al 51% da Enel Produzione e al 49% da En&En – o società da questa direttamente controllata – con l’obiettivo di costruire e gestire nuovi impianti idroelettrici nella provincia di Belluno, in sinergia con gli impianti di Enel Produzione già in esercizio e valorizzando il contributo dell’imprenditoria locale. La New-Co, con la denominazione di ENergy Hydro Piave S.r.l., avrà la sede legale nella provincia di Belluno. Enel Produzione ed En&En hanno in corso l’iter autorizzativo di due progetti, per una potenza complessiva di circa 60 MW, con l’obiettivo di ottenere, attraverso la New-Co, il rilascio della prima concessione trentennale di derivazione da parte della Regione Veneto entro fine 2011”).

Poi si ritorna al discorso dei fondi Montedison: “Dovevano essere gestiti in maniera diversa, con l’aiuto della vecchia popolazione”. Conclude Micaela: “E poi ti vengono a dire che siamo sempre contro. Certo che siamo contro. Non possiamo essere a favore. Bisogna capire che a Longarone prima di tutto c’è il Vajont. Perché fra mille anni se Longarone sarà ricordata per qualcosa sarà ricordata sempre e solo per il Vajont”.

Poi si parla dell’istituzione della “Giornata nazionale in memoria delle vittime dei disastri ambientali e industriali causati dall’incuria dell’uomo”, Micaela è chiara: “Finalmente abbiamo ottenuto una giornata per ricordare i morti del Vajont e tutti i morti causati dal disinteresse totale dell’uomo. Ma siccome le amministrazioni si sono rese conto che istituire questa giornata e permettere allo stesso tempo la costruzione della centralina rappresenterebbe una palese contraddizione di fronte all’intera nazione, stanno cercando di boicottare la legge”. E questo anche perché “siamo stati noi Sopravvissuti a chiederne l’istituzione”. E sul termine “incuria” – che tanto ha fatto discutere negli ultimi tempi – Micaela spiega: “L’aver istituito questa giornata è il minimo che si potesse chiedere. Purtroppo abbiamo dovuto accettare la parola incuria, che anche a noi ci sembra un po’ fuori luogo”. Ma, a quanto pare, “chiedere la revisione del progetto di legge rischia di compromettere l’istituzione della giornata stessa”. E, quindi, fare un favore a chi tenta di boicottarla.

Il nostro tempo a disposizione si esaurisce velocemente. Giusto il tempo di spegnere la telecamera (Gino e Micaela non hanno avuto problemi a farsi riprendere) e di fare ritorno in stazione.

Avviso dell’altoparlante. Squilla la campana. È già ora di ripartire. Arriva il treno. Lento, molto lento. Salgo. Faccia sul finestrino della carrozza, occhi incollati a vedere lei, la diga, quasi a volerla congedare, come farebbe un bambino. Quel bimbo che guarda con curiosità e stupore, che intuisce ma non capisce. E quell’adulto che osserva, scruta, pensa, riflette. È dalla sua coscienza che sale silenzioso un grido, istintivo, carico di rabbia, volto alla diga… «Bastardi!».

Riccardo Sartor

Nota: Le informazioni contenute nel testo e nel video sono frutto di un lavoro di ricerca condotto attraverso l’analisi di materiale audio-video, interviste originali, documenti pubblici e articoli di stampa locale. Tutto completamente documentato e dimostrabile.